Una cosa alla volta | Newsletter n. 14 “Musica Maestra”

Una cosa alla volta: cosa può insegnarci un monaco che ha camminato 3.700 km per la pace


Qualche settimana fa il Venerabile Bhikku Pannakara è salito sul palco della Stockholm Concert Hall per ritirare il **World Peace Award 2026**, il riconoscimento assegnato dall'Union of Thai Sangha of Europe insieme al Comitato per il World Peace Award in Svezia. Ma prima di quel palco, c'è una strada. Letteralmente.

Tra l'ottobre 2025 e il febbraio 2026, Pannakara ha guidato un gruppo di monaci Theravada in un cammino di circa 2.300 miglia — quasi 3.700 km — dal Texas fino a Washington, D.C. Un'impresa che i media di tutto il mondo hanno raccontato: uomini in vesti color zafferano che attraversano dieci stati americani, tra pioggia, freddo e migliaia di persone incontrate lungo il percorso. Non una protesta, ha spiegato lui stesso nel suo discorso di accettazione, ma un promemoria rivolto alla famiglia umana: ogni persona desidera vivere senza paura, ogni genitore desidera un futuro sicuro per i propri figli.

Ed è proprio da questo gesto fisico, ripetuto un passo alla volta per centododici giorni, che nasce il cuore del suo discorso. Una frase, in particolare, mi è rimasta dentro: vivere con consapevolezza, un compito alla volta.
Una cosa alla volta.
Sembra quasi una provocazione nel nostro tempo.

Usciamo dalla spirale del multitasking

Viviamo facendo continuamente più cose insieme. Rispondiamo a un messaggio mentre parliamo con qualcuno. Controlliamo una notifica mentre lavoriamo. Ascoltiamo senza ascoltare davvero. Mangiamo guardando uno schermo. Pensiamo alla cosa successiva mentre quella presente non è ancora terminata.

E spesso ne siamo persino orgogliosi. «Sono multitasking» è diventato quasi un complimento. Anch'io lo dico. E, come molte persone che gestiscono progetti, persone, scadenze, famiglie, imprevisti e responsabilità, conosco benissimo quella sensazione di avere contemporaneamente dieci finestre aperte nella testa.

Ma siamo sicuri che sia una qualità?

La nostra attenzione è sempre altrove

Nel suo intervento, Pannakara racconta un episodio molto concreto: durante un discorso si accorge che alcune persone in sala stanno guardando uno schermo alle sue spalle, distratte da un video mostrato poco prima. E fa notare loro un fatto elementare: nel momento in cui l'attenzione è catturata da ciò che vedono, non stanno più realmente ascoltando ciò che lui sta dicendo.

Non perché siano maleducate. Perché la nostra attenzione funziona così: possiamo passare molto velocemente da una cosa all'altra, certo, ma essere davvero presenti contemporaneamente a tutto è molto più difficile di quanto ci raccontiamo.

E allora mi sono fatta una domanda: che rapporto c'è tra il multitasking e la pace? Forse molto più di quanto immaginiamo. Perché quando siamo continuamente frammentati diventiamo più impazienti. Reagiamo più velocemente. Ascoltiamo meno. Interrompiamo. Giudichiamo prima di avere compreso. Abbiamo la sensazione permanente che qualcosa ci stia facendo perdere tempo. Persino le persone, qualche volta.

Ed è interessante che, parlando della pace nel mondo, Pannakara parta proprio dall'individuo. Una guerra, ha detto sul palco di Stoccolma, comincia molto prima del primo colpo: comincia quando smettiamo di ascoltare, quando la paura cresce senza comprensione, quando l'altro diventa un ostacolo, un nemico, una categoria.

È una riflessione enorme. Ma forse possiamo provare a guardarla anche nella dimensione minuscola delle nostre giornate.

A musica proviamo a fare esattamente il contrario

Ed è qui che penso alla musica.

A lezione accade qualcosa che oggi sta diventando quasi rivoluzionario. Per un'ora — a volte per trenta minuti — chiediamo a un bambino, a un ragazzo o a un adulto di stare lì. Con un suono. Con un gesto. Con il proprio respiro. Con qualcuno che suona accanto.

Non si può suonare un violino pensando contemporaneamente a cinque cose senza che, prima o poi, il suono ce lo faccia notare. Non si può entrare insieme in orchestra se non si guarda chi dirige. Non si può accompagnare un compagno se non lo si ascolta. Non si può cantare bene senza respirare. Non si può costruire una frase musicale pensando già alla battuta successiva.

La musica ci riporta continuamente al presente. Adesso. Questa nota. Questo respiro. Questo attacco. Questo silenzio.
Una cosa alla volta.

Anche il silenzio fa parte della musica

C'è poi un'altra cosa che la musica insegna meravigliosamente: il silenzio non è un vuoto da riempire. È parte della musica.

Forse abbiamo perso un po' la capacità di abitare i silenzi. Aspettiamo pochi secondi in fila e prendiamo il telefono. Arriva un momento di pausa e cerchiamo immediatamente qualcosa da guardare. Abbiamo paura degli spazi vuoti.

E invece un musicista sa che una pausa può avere una forza enorme. Bisogna aspettarla. Contarla. Rispettarla. Non anticiparla. Non riempirla.

Quanto sarebbe utile portare questa competenza fuori dalla sala di musica? Aspettare prima di rispondere. Ascoltare una persona fino alla fine. Non avere immediatamente un'opinione. Lasciare qualche secondo tra ciò che ci accade e la nostra reazione.
Forse anche questa è educazione alla pace.

«Oggi sarà la mia giornata di pace»

Nel suo discorso di accettazione, Pannakara ha condiviso con il pubblico un piccolo esercizio quotidiano: al mattino, appena svegli, scrivere una frase semplice — oggi sarà la mia giornata di pace.

Mi ha colpito soprattutto il possessivo. La mia. Non «oggi il mondo dovrà essere pacifico». Non «oggi gli altri dovranno comportarsi bene con me». La mia giornata di pace.

Perché sugli altri possiamo intervenire relativamente. Sul modo in cui attraversiamo la nostra giornata, invece, qualcosa possiamo fare. Possiamo decidere quanta rabbia alimentare. Quanto rumore lasciar entrare. Quante volte controllare il telefono. Se ascoltare davvero chi abbiamo davanti. Se fare una cosa mentre stiamo facendo quella cosa.

Naturalmente non significa vivere isolati dal mondo, ignorare i problemi o smettere di occuparci delle mille responsabilità che abbiamo. Significa forse affrontarle diversamente. Una dopo l'altra. Con maggiore presenza.

E i nostri bambini?

Da insegnante, allora, mi faccio un'altra domanda. Mentre prepariamo i bambini a essere sempre più veloci, efficienti, performanti e capaci di fare tante cose insieme, stiamo insegnando loro anche a fermarsi su una cosa sola? A osservare? Ad aspettare? Ad ascoltare? A sopportare la piccola frustrazione di qualcosa che non riesce immediatamente?

Perché studiare musica significa anche questo. Ripetere una battuta. Rifarla. Ascoltare. Correggere. Aspettare il proprio turno. Accorgersi dell'altro. Scoprire che non sempre essere più veloci significa essere migliori.

In orchestra, soprattutto, impariamo una cosa ancora più preziosa: il mio suono non esiste da solo. Devo sapere quando emergere e quando accompagnare. Quando parlare e quando tacere. Quando guidare e quando seguire. Devo ascoltare ciò che accade intorno a me.

E se tutti decidessero di essere protagonisti nello stesso momento, non avremmo un'orchestra. Avremmo rumore.


La pace come esercizio quotidiano

Mi piace allora pensare che educare alla musica significhi, in una piccolissima parte, anche educare alla pace. Non una pace astratta. Una pace fatta di gesti.

Ascoltare mentre qualcuno parla. Aspettare. Respirare prima di reagire. Fare attenzione. Suonare insieme. Accettare che un altro possa avere un tempo, un carattere, un suono diverso dal nostro. Continuare comunque a cercare un'armonia possibile.

Forse non cambieremo il mondo facendo una scala lentamente o aspettando quattro battute di pausa. Ma potremmo allenare qualcosa dentro di noi. E dentro i nostri ragazzi. La capacità di esserci. Davvero.

In un mondo che ci chiede continuamente di dividere la nostra attenzione, forse uno dei gesti più rivoluzionari che possiamo insegnare è proprio questo: una cosa alla volta. Una persona alla volta. Una parola alla volta. Una nota alla volta.

E chissà che la pace, quella grande parola che sembra sempre dipendere da qualcun altro, non cominci proprio così. Dal prossimo suono che scegliamo di ascoltare fino in fondo — proprio come ha fatto, un passo dopo l'altro, per 3.700 chilometri, un monaco che oggi ha un premio in più, ma la stessa domanda di sempre: siamo disposti a fare una cosa alla volta?


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Musica Maestra!

Piccole storie vere su quello che la musica insegna alla vita.

Sono Ilaria Mazzotti, fondatrice di Accademia InArte, musicista, educatrice e progettista culturale. Da quasi trent’anni dirigo scuole di musica e orchestre di bambini e ragazzi. Ogni settimana condivido una piccola storia vera su ciò che la musica mi ha insegnato.

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