Trasparenze fragili: lezioni dalla vita di quartiere

Sabato pomeriggio si è inaugurata una mostra d’arte in uno spazio culturale che gestiamo con grande cura.

Per rispetto dell’artista e del pubblico, avevo chiesto alla signora delle pulizie un intervento extra: venerdì, in pausa pranzo, ha lavato a fondo tutte le vetrate, che sono una parte importante dell’estetica e della luminosità del luogo.

Poco dopo sono usciti i bambini dalla scuola dell’infanzia accanto.

Come ogni giorno, molte famiglie si sono fermate nella piazzetta a giocare. Una scena vivace e bella, che da sempre rende il quartiere più umano e vitale.

Ma, come spesso accade ultimamente, le mani dei bambini hanno iniziato ad avvicendarsi come un gioco - chi lascia le impronte più visibili? - su tutte le vetrate appena pulite sotto gli occhi dei genitori, immobili e permissivi.

Così la responsabile dell’allestimento, provando con gentilezza a chiedere ai genitori di fare un po’ di attenzione, si è trovata di fronte a reazioni ostili.

Un semplice invito alla collaborazione è stato vissuto come un attacco personale. Così mi ha riferito.

Ed è qui che si apre la riflessione.

L’enorme distanza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo

Viviamo in un’epoca in cui si parla moltissimo di educazione ambientale, educazione civica, lotta al bullismo, contrasto al degrado, prevenzione della criminalità giovanile, ecc.

Sono parole ricorrenti, importanti, ripetute nei programmi scolastici, nei progetti pubblici, nei discorsi istituzionali.

Eppure, quando la teoria scende nella vita quotidiana, qualcosa si inceppa. Come mai quei genitori hanno permesso che i bambini giocassero a lasciare manate nel vetro visibilmente pulito? Perché hanno reagito malamente alle parole di richiesta di collaborazione da parte della responsabile dell’allestimento, prendendola sul personale?

Perché l’educazione civica non è una parola: è un comportamento. E si esercita proprio nelle piccole cose, come:

• rispettare un luogo comune,

• ascoltare una richiesta educata,

• insegnare ai bambini che la libertà non esclude la responsabilità,

• riconoscere il lavoro altrui,

• comprendere che gli spazi pubblici vanno condivisi e custoditi.

Ovviamente non è colpa dei bambini. Ma compito degli adulti, genitori e non.

I bambini giocano, esplorano, sperimentano: è il loro mestiere.

La questione riguarda noi adulti: la nostra capacità di leggere un contesto, di fare un gesto semplice (dire “attenzione ai vetri”!) senza sentirci attaccati.

È qui che si misura il grado di maturità civica di una comunità. Non nelle dichiarazioni, ma nei gesti minuscoli.

Quando l’ignoranza disarma e toglie le parole

Quando la responsabile dell’allestimento mi ha riferito ancora esterrefatta quanto era accaduto, la reazione di disinteresse che i genitori hanno mostrato alla sua richiesta, anzi di “affronto”, sono rimasta colpita. Profondamente dispiaciuta.

A volte ci si trova davanti a una forma di ignoranza che non è mancanza di istruzione, ma di empatia: l’incapacità di comprendere il punto di vista dell’altro, la reazione sproporzionata a un invito civile, la scarsa consapevolezza del bene comune.

È un’ignoranza che toglie le parole perché non lascia spazio al dialogo. Si ha la sensazione che la comunicazione sia diventata impossibile. E allora cosa fare?

Secondo me va mostrato il coraggio più grande, ovvero quello di evitare lo scontro

Istintivamente, verrebbe da rispondere a tono, da difendersi, da “ristabilire la ragione”.

Ma questo genera solo conflitto, tensione, malessere. La scelta più difficile e più preziosa è evitare lo scontro sterile. Non per paura, ma per visione. Perché spesso litigare non serve, e non educa nessuno.

Possiamo trasformare episodi così in una palestra di educazione civica quotidiana? Possono essere un’occasione per coltivare la pazienza, il rispetto, la comunicazione non ostile?

Ma come si può far arrivare un messaggio chiaro su come comportarsi in uno spazio pubblico?

Come far ascoltare un pensiero semplice e ragionevole, senza trasformarlo in uno scontro?

Ho iniziato a riflettere su alcune azioni concrete che possano favorire una convivenza migliore… piccoli passi, ma significativi:

• Scrivere comunicazioni chiare e gentili, che creino confini senza rigidità né ostilità.

• Mostrare bellezza e cura: quando un luogo è tenuto bene, spesso invita naturalmente al rispetto.

• Inserire elementi grafici colorati sulle vetrate, che le rendano più accoglienti e meno vulnerabili alle “manate”, trasformando un punto critico in un elemento estetico.

• Ribadire, in forme nuove e non conflittuali, che gli spazi comuni appartengono a tutti e proprio per questo ognuno ne è responsabile.

Dove si misura davvero la civiltà

La verità è semplice: la civiltà non si riconosce nei grandi discorsi, ma nei piccoli gesti quotidiani. In un vetro pulito. In un cartello rispettato. In un gesto di attenzione. In una risposta gentile a una richiesta altrettanto gentile.

Sono questi i frammenti che compongono un quartiere, una città, una comunità. E sono questi i momenti in cui possiamo decidere chi vogliamo essere.

L’educazione civica non è una materia da studiare: è un modo di stare nel mondo.

Si costruisce o si sgretola nelle piazzette, sulle vetrate, all’uscita delle scuole. E ogni volta che scegliamo la cura invece dello scontro, stiamo già migliorando la società in cui viviamo.

E voi? Vi siete mai trovati in una situazione simile alla mia? Come l’avete affrontata? Siete riusciti a trovare una soluzione?

Sono molto interessata alle vostre esperienze e soluzioni




Ilaria Mazzotti

Imprenditrice culturale, musicista, educatrice e direttrice di Accademia InArte – Projects of Cultural Integration APS

Forlì – Bellaria Igea Marina