Il piano B è il modo più elegante che abbiamo inventato per non crederci fino in fondo.
Il piano B è sopravvalutato.
E, in molti casi, è proprio ciò che impedisce alle persone di trovare la propria strada.
TI NASCONDI DIETRO AD UN PIANO B?
Qualche giorno fa mi sono trovata davanti a un gruppo di ragazzi tra i 16 e i 22 anni, studenti del Liceo Canova e membri dell’orchestra giovanile di Accademia InArte. Stavamo lavorando all’interno di un percorso di formazione sulla didattica della musica: Andrea Farì segue la fascia 7–11 anni, Teresa Cid Corral quella 0–6. A me era stato affidato un intervento sulla progettazione — quella che serve davvero, quella che deve reggere davanti a un bando, a un’istituzione, a uno sguardo esterno che decide se crederci oppure no.
Avrei dovuto iniziare parlando di struttura, obiettivi, sostenibilità.
Invece una delle prime frasi è stata:
“Non partite mai con un piano B.”
È calato un silenzio immediato. Non perché fosse una frase particolarmente complessa, ma perché andava contro tutto ciò che siamo abituati a considerare “giusto”: essere prudenti, avere un’alternativa, non rischiare troppo.
Eppure, in quel momento, era esattamente il punto.
Perché il piano B, nella sua apparente razionalità, è spesso una forma molto raffinata di paura. È la parte di noi che ci autorizza a provarci, ma non fino in fondo. Che ci concede di desiderare qualcosa, mantenendo però sempre aperta una via di uscita nel caso le cose non funzionino.
Il problema è che questa ambivalenza si sente.
Si riconosce in un progetto scritto bene ma privo di urgenza. In una prova affrontata con attenzione parziale, “tanto poi si aggiusta”. In percorsi di vita costruiti con intelligenza, ma senza mai un vero atto di esposizione.
Nella musica, questo non è possibile. Un musicista, quando entra, entra davvero. Quando attacca, attacca. Non esiste una seconda possibilità nello stesso istante. E forse è proprio questa assenza di alternative che rende la musica così autentica: ti costringe a esserci completamente.
C’è però un aspetto ancora più sottile, e per me decisivo.
Il piano B non è soltanto una via di fuga: è una dispersione di energia. Toglie forza alla ricerca più importante che abbiamo: quella di capire in cosa siamo davvero portati.
E questa ricerca richiede tempo. Molto tempo.
Non è immediata, non è evidente, non arriva con una definizione chiara. Spesso è confusa, intermittente, mescolata alla fatica. A volte passa proprio attraverso ciò che non funziona.
Io ci ho messo anni a riconoscere ciò che, tra le tante cose che sapevo fare, era davvero mio.
E sono abbastanza sicura che, se avessi mantenuto sempre attivo un piano B, avrei dedicato meno energia a quella ricerca. Meno concentrazione, meno ostinazione, meno presenza.
Perché il piano B, inevitabilmente, divide. Divide il tempo. Divide l’attenzione. Divide la fiducia.
Ti tiene contemporaneamente dentro e fuori da ciò che dici di voler costruire.
E invece alcune scelte — non tutte, ma quelle che contano davvero — chiedono un’altra postura: chiedono interezza. Non perché siano sicure. Ma perché sono quelle che ti accendono. E questa cosa, sorprendentemente, i ragazzi la colgono subito.
Capiscono quando chi parla crede davvero in quello che sta dicendo. E capiscono altrettanto bene quando, dietro a un discorso apparentemente solido, c’è ancora una via di fuga.
Io non so se questa posizione sia giusta per tutti. So però che, nella mia esperienza, le cose che hanno preso forma — i progetti che hanno funzionato, i percorsi che sono cresciuti, le idee che sono diventate reali — sono nate sempre nello stesso modo: senza un piano alternativo, ma con una scelta piena. Con tutto il rischio che questo comporta. Ma anche con tutta la presenza.
E allora, più che una risposta, mi viene da lasciare una domanda... una domanda per te...
Non tanto se hai un piano B — perché quasi tutti, in qualche modo, ce l’abbiamo -, ma se questo piano B, dentro di te, ti sta davvero aiutando… oppure se, senza accorgertene, ti sta trattenendo; se ti sta proteggendo o se ti sta togliendo energia proprio da quella direzione che senti più tua.
A volte non è evidente. Non è una decisione esplicita.
È qualcosa che si legge nel modo in cui distribuiamo il tempo, nell’attenzione che diamo alle cose, nella fiducia che siamo disposti a investire davvero.
Io, ogni tanto, torno a farmi questa domanda.
Perché dividersi è facile mentre scegliere fino in fondo, molto meno.
Ma è esattamente lì che iniziano ad accadere le cose. E forse è proprio da lì che comincia la musica.
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C’è anche un legame tra piano B e pace. Perché la pace non è solo assenza di conflitto. È non essere divisi.
E il piano B, spesso, una divisione la crea: una parte di noi sceglie, un’altra resta pronta a tirarsi indietro. E forse la pace somiglia proprio a questo: non avere sempre una via di fuga pronta, ma abitare fino in fondo ciò che si è scelto.
Anche quando non è perfetto.
Anche quando fa un po’ paura.
Perché è lì che smettiamo di essere divisi.
Ed è lì che, finalmente, ci sentiamo interi.
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Sono Ilaria Mazzotti, musicista, educatrice e imprenditrice. Da quasi trent’anni dirigo scuole di musica e orchestre di bambini e ragazzi. Ogni settimana condivido una piccola storia vera su ciò che la musica mi ha insegnato.
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