Se sei spento, perché insegni? | Newsletter n.5 "Musica Maestra!"

Insegnava "comunicazione".
Sì va bene, era un corso online, ma insegnava comunicazione.
Ho tenuto la "manina" alzata per alcuni minuti.
E niente... non se n’è accorto.


SE SEI SPENTO, PERCHÉ INSEGNI?

Negli ultimi tempi mi sto accorgendo di una cosa che mi lascia addosso una sensazione strana, difficile anche da spiegare: non che mi provochi rabbia, né delusione, ma è più una specie di incredulità che cresce piano. E riguarda gli adulti.

Mi è capitato di partecipare a un corso di aggiornamento, uno di quelli che scegli perché senti che ti può servire davvero, perché hai voglia di capire meglio, di fare un passo avanti, di metterti un po’ in discussione.

Tema interessante - pensa un po'... si parlava di comunicazione - persone motivate, gruppo piccolo - eravamo in sei, quindi una situazione quasi ideale.

E invece mi sono ritrovata dentro a due ore di chiacchiere poco costruttive e di un'intera ora finale di slide lette. "Letto" nel senso proprio letterale del termine.

Senza uno scarto, senza uno sguardo, senza quella minima vibrazione che ti fa dire: ok, qui sta succedendo qualcosa.

A un certo punto, mentre ascoltavo, mi è venuta una domanda molto semplice, ma anche molto scomoda:

Ma se sei così spento… perché hai scelto di insegnare?

E non lo dico con cattiveria, lo dico davvero cercando di capire. Perché insegnare, almeno per come lo vivo io, non è trasferire informazioni - quello lo fanno già benissimo i libri, e ormai anche qualsiasi piattaforma online.

Insegnare è qualcosa che succede tra le persone, è presenza, è attenzione.

Insegnare è quella qualità sottile che fa la differenza tra “seguire una lezione” e “essere dentro a qualcosa”.

Ma poi... questo docente insegnava comunicazione! Ti rendi conto?

Mah...

A un certo punto ho anche provato a rompere un po’ quella situazione.

Ho alzato la mano, la famosa “manina” delle piattaforme online.

Eravamo in sei. Sono rimasta con la mano alzata per un po’, ma niente, non se n’è accorto.

Non credo fosse distratto in generale, anzi era completamente immerso nelle sue slide, come se noi - coloro a cui comunicava - non esistessimo davvero.

E lì ho provato una specie di vuoto. Perché se manca anche solo lo sguardo, il minimo segno che qualcuno ti vede, allora mi chiedo davvero che cosa stiamo chiamando insegnamento.

E poi, a un certo punto, la domanda si è spostata su di me:

Ilaria, perché rimani collegata a questa buffonata?

Non era obbligatorio, non dava punteggio, non cambiava nulla. Eppure sono rimasta lì fino alla fine.

Credo per una forma di speranza...

Credo per una forma di speranza, quella un po’ ingenua che a un certo punto qualcosa si accendesse, che arrivasse un contenuto più vivo, uno scambio, anche solo un momento vero.

Col senno di poi penso di essere stata fin troppo paziente. E infatti ho deciso che la prossima volta, se mi ritrovo in una situazione simile, lo dirò.

Non per polemica, ma perché il tempo è una cosa seria, e anche l’ascolto lo è. E continuare a stare zitti quando non succede niente, alla lunga, non aiuta nessuno.

Questa cosa, tra l’altro, non la vedo solo nei corsi per adulti. La vedo anche con i bambini.

Insegnanti giovani, preparati, pieni di strumenti, dentro attività che sulla carta sono bellissime, musicali, giocose, coinvolgenti. Eppure restano un passo indietro.

Non si lasciano coinvolgere.
Non rischiano.

E allora la domanda torna, identica, solo ancora più urgente:

Perché hai deciso di insegnare?

Perché insegnare significa esporsi, significa accettare che non puoi stare fuori da quello che stai facendo. E nella musica questo è ancora più evidente. Se tu non ci sei davvero, semplicemente non succede nulla.

E forse tutto si riduce lì. Alla presenza. A quella linea sottile tra esserci davvero o limitarsi a occupare uno spazio.


C’è un ultimo pensiero, una provocazione che vorrei lanciare per chiudere, espandendo un po' i concetti.
Se ci pensiamo, oggi le intelligenze artificiali e i software possono leggere le slide, riassumere testi e trasferire informazioni in modo impeccabile.

Non si stancano e trasferiscono dati molto meglio di noi. Questo è un dato di fatto. E allora, se il trasferimento di informazioni asettico è una partita ormai persa contro gli algoritmi, cosa ci resta?

Forse l'unico vero valore della comunicazione umana nel futuro sarà proprio quello che quel docente cercava di evitare.

La nostra vulnerabilità.
La nostra capacità di intuire uno sguardo, di improvvisare e... soprattutto la disponibilità a rischiare di commettere un errore, di stonare guardandoci negli occhi.


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E adesso parliamo di te...

Ti è mai capitato di essere tu l’insegnante che, a un certo punto, si accorge di stare “leggendo le slide”?

E se sì, cosa ti ha fatto cambiare?

Oppure ti è capitato di essere dall’altra parte, in un corso così?

Come si è sbloccata – se si è sbloccata – quella situazione?


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Sono Ilaria Mazzotti, fondatrice di Accademia InArte, musicista, educatrice e progettista culturale. Da quasi trent’anni dirigo scuole di musica e orchestre di bambini e ragazzi. Ogni settimana condivido una piccola storia vera su ciò che la musica mi ha insegnato.

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