Quando un applauso cambia una vita | Newsletter n. 9 "Musica Maestra!"

Mercoledì 22 luglio ho avuto il privilegio di condurre il Gran Galà degli Studenti di Bellaria Igea Marina.


Per alcune ore il palco si è riempito di bambini e ragazzi. C'erano studenti delle scuole primarie, delle medie e delle superiori. C'erano giovani atleti, musicisti, volontari, ragazze e ragazzi che durante l'anno avevano raggiunto traguardi importanti nello studio, nello sport, nell'arte o nell'impegno verso gli altri.

Li osservavo mentre salivano sul palco.

Alcuni avevano il sorriso di chi non vedeva l'ora di esserci. Altri tenevano lo sguardo basso, quasi increduli che quella serata fosse dedicata proprio a loro. Qualcuno cercava gli occhi dei genitori tra il pubblico. Altri stringevano l'attestato come fosse un piccolo tesoro.

C'è stato un momento, in particolare, che non riesco a togliermi dalla testa. Una ragazza, salita per un riconoscimento sportivo, si è fermata un secondo prima di scendere dal palco, si è voltata verso i genitori e ha detto solo: "Ce l'ho fatta". Non era rivolta al pubblico. Era rivolta a loro due.

E in quel momento mi è nata una domanda.

Perché ci emoziona così tanto vedere un ragazzo ricevere un riconoscimento?

Forse perché, nella frenesia della vita quotidiana, noi adulti siamo molto bravi a correggere ciò che non funziona.

Correggiamo i compiti.

Correggiamo i comportamenti.

Correggiamo gli errori.

Molto più raramente ci fermiamo per dire:

"Ti ho visto."

"Ho visto il tuo impegno."

"Quello che hai fatto ha valore."

Eppure la psicologia dell'apprendimento ci racconta una cosa che il buon senso già intuisce: un riconoscimento sincero dell'impegno e dei progressi rafforza il senso di competenza di un ragazzo e aumenta la probabilità che continui a impegnarsi, non perché "gli piace essere lodato", ma perché comincia a credere di essere capace. È il cuore di quella che Albert Bandura ha chiamato autoefficacia: non conta solo saper fare una cosa, conta credere di poterla fare. E quella convinzione, più di ogni talento, è ciò che porta un ragazzo a riprovarci quando le cose si complicano.

Questo significa che un complimento non è una carezza all'ego.

È un investimento sulla crescita.

Naturalmente non sto parlando di applausi distribuiti a caso o di premi dati per non scontentare nessuno. Sto parlando di riconoscere ciò che è vero: l'impegno, la costanza, il coraggio, la capacità di rialzarsi, la generosità.

Perché quando un ragazzo sente che un adulto ha visto davvero la fatica che c'è dietro un risultato, dentro di lui succede qualcosa. Comincia a pensare: "Forse ce la posso fare davvero." E quella convinzione vale molto più di un attestato.

Forse è proprio questo il senso più profondo del Gran Galà degli Studenti. Non celebrare chi è "migliore" degli altri, ma ricordare a un'intera comunità che i giovani hanno bisogno di adulti capaci di accorgersi del bene che stanno costruendo.

Ripenso a quella ragazza e ai suoi genitori. A quelle due parole — "Ce l'ho fatta" — dette non alla platea, ma a loro. Mi chiedo quante volte, nella vita di ogni ragazzo, ci sia un adulto pronto a cogliere quel momento, e quante volte invece passi inosservato tra mille cose da fare.

E allora la domanda che porto a casa da quella serata non è solo per me. È anche per voi che state leggendo.

L'ultima volta che avete detto a un ragazzo "ti ho visto, e quello che hai fatto ha valore" — quando è stato? E a chi, oggi, potreste dirlo?




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Musica Maestra!

Piccole storie vere su quello che la musica insegna alla vita.

Sono Ilaria Mazzotti, fondatrice di Accademia InArte, musicista, educatrice e progettista culturale. Da quasi trent’anni dirigo scuole di musica e orchestre di bambini e ragazzi. Ogni settimana condivido una piccola storia vera su ciò che la musica mi ha insegnato.

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