Avrei bisogno di un giorno in più prima di partire.
Le valigie non sono pronte.
La testa corre più veloce delle mani.
È strano come, alla fine, non ci si senta mai davvero pronti.
Forse perché dentro di me ho un’idea molto precisa di cosa significhi perfezione.
E quella perfezione, puntualmente, non coincide mai con la realtà.
E allora resto qui, in questo spazio scomodo fatto di fretta, di poco tempo, di cose lasciate a metà.
Ma se mi fermo un attimo a guardare con onestà, mi accorgo che è sempre così.
Questa non è un’eccezione: è una lezione che ritorna.
Forse va finalmente accolta.
È perfetto così?
Quello che voglio custodire
Quello che voglio custodire di questi ultimi mesi, prima di tutto, è l’entusiasmo dei ragazzi.
E insieme a loro, la forza silenziosa dei genitori, la loro presenza concreta, il loro esserci senza clamore.
La raccolta fondi.
Le iniziative.
L’organizzazione.
Il sostegno reciproco.
La vendita delle borse delle vedove libanesi
L’attenzione non solo ai propri figli, ma anche agli altri.
Una comunità che si è mossa.
Che ha scelto di fare la propria parte.
E dentro questa gratitudine ci sono volti, mani, storie.
Persone che hanno lavorato con cura, risolvendo problemi complessi con competenza e umanità.
Chi ha accompagnato ogni passaggio logistico con pazienza e precisione.
Chi ha organizzato eventi, aperto spazi, sostenuto la vendita delle borse.
Chi ha moltiplicato le occasioni musicali, portando la musica ovunque fosse possibile.
C’è la nostra insegnante, instancabile, presente, generosa.
Ci sono presenze che forse non partiranno fisicamente, ma che restano parte integrante di questo viaggio.
Ci sono famiglie e studenti che hanno partecipato agli aperitivi musicali, ai concerti, agli incontri, mossi da una curiosità sincera, da un desiderio autentico di sapere, di capire, di sentire.
E poi c’è una gratitudine speciale per chi ha scelto di raccontare tutto questo.
Giornalisti del nostro territorio che non hanno aspettato comunicati, ma hanno chiesto, ascoltato, dato spazio.
Un segnale bellissimo.
C’è però anche qualcosa che va detto, senza rabbia e senza recriminazioni, ma con lucidità.
In questo cammino abbiamo sentito una distanza.
In questo cammino abbiamo sentito una distanza.
Non generica.
Una distanza che veniva proprio da chi, per ruolo e responsabilità, avrebbe potuto – e forse dovuto – fare un passo in più.
Non parliamo di grandi gesti, né di sostegni straordinari.
A volte sarebbe bastato poco:
una presenza,
un segnale,
perfino due righe scritte con attenzione.
E invece quella distanza si è fatta sentire.
Non come un rifiuto esplicito, ma come una mancanza di volontà.
Un silenzio che pesa più di un no.
E in mezzo a questo, torna spesso a bussare una frase di Alessandro Manzoni:
«Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.»
Ci sono momenti in cui il coraggio non è eroismo,
ma assunzione di responsabilità.
Scegliere di esserci.
Scegliere di sostenere ciò che ha valore,
anche quando non è conveniente,
anche quando non porta un ritorno immediato.
Noi abbiamo agito dal basso.
Con mezzi limitati e una convinzione fortissima.
Perché crediamo profondamente in questo progetto,
nel legame con le persone che ci aspettano,
nell’idea che per parlare davvero di pace e di fratellanza
serva anche il coraggio di fare qualcosa di grande.
Lo abbiamo fatto per i ragazzi.
Per offrire loro un’esperienza che non si dimentica
e che, forse, insegna più di molte parole.
Forse il coraggio non è stato uguale per tutti.
Ma il nostro lo abbiamo messo interamente in gioco.
Ed era l’unico che avevamo.
Questo sarà un Natale completamente diverso.
Domani, Natale, saremo in viaggio, tutti e 21.
Per me, il primo Natale lontano dalla famiglia.
E va bene così.
È bello cambiare.
È bello darsi nuovi orizzonti.
È bello scoprire che la casa, a volte, può essere anche una direzione.
E allora parto così:
non perfetta,
non pronta,
ma presente.
Con la sensazione che, da questo viaggio, torneranno cose importanti.
Un’energia nuova.
Uno slancio che non si improvvisa.
Nessuna scuola di musica in Italia - ci hanno detto - ha fatto quello che stiamo facendo noi.
E questo non è un’opinione.
È un fatto.
E forse, alla fine,
partire senza sentirsi pronti
è proprio il modo più onesto di partire,
di dare ascolto al cuore
e andare incontro al futuro,
con coraggio.
Ilaria Mazzotti
Vigilia di Natale 2025