Non è distrazione.
Non è mancanza di voglia.
È qualcosa che chiede spazio, e non lo trova.
IO SONO L’ALTRO: QUANDO LA MUSICA DIVENTA UNA NECESSITÀ.
C’è una domanda che mi accompagna da tempo, e che continua a tornarmi in mente nei momenti più impensati - non in sala docenti, non durante un convegno sull’innovazione didattica, ma spesso proprio mentre sto in silenzio davanti ai miei studenti a lezione.
Non è una domanda tecnica. Non riguarda i programmi, i risultati, le competenze da certificare entro fine anno.
È più scomoda di così.
A cosa serve davvero la musica, oggi?
Me lo chiedo ogni volta che entro nelle mie scuole e guardo negli occhi i ragazzi - quei ragazzi che teoricamente hanno tutto: connessione, informazioni, stimoli a ogni ora del giorno e della notte. Eppure qualcosa, nel loro modo di stare al mondo, si è incrinato. Non è solo stanchezza, non è solo distrazione. È qualcosa di più sottile e più profondo, come un equilibrio che ha ceduto piano piano, senza che nessuno se ne accorgesse davvero.
Negli ultimi anni ho visto crescere una fragilità nuova.
Silenziosa, ma potentissima
Ragazzi intelligentissimi che non riescono a stare dentro la scuola - non per mancanza di capacità, ma come se la scuola fosse diventata un posto in cui non si riconoscono. Ragazzi pieni di talento che non trovano un motivo abbastanza convincente per impegnarsi davvero, come se l’impegno fosse una forma antiquata di ingenuità. Ragazzi sempre connessi con tutto il mondo, ma sempre più soli con sé stessi.
La scuola chiede performance. I social chiedono esposizione - meglio se spettacolare, meglio se continua. La vita fuori chiede velocità, adattamento, resilienza (parola che ormai compare in ogni documento ministeriale e in ogni workshop aziendale, il che dovrebbe già dirci qualcosa).
E in mezzo a tutto questo?
Manca uno spazio per sentirsi.
Manca un posto in cui non si debba dimostrare niente a nessuno.
È da qui che è nato il progetto “IO SONO L’ALTRO” - non da un’idea brillante arrivata durante un brainstorming, non da una strategia costruita a tavolino, ma da una constatazione molto semplice, quasi banale, che però continua a sembrarmi vera ogni giorno di più:
La musica non è un’attività, è una necessità.
Lo vedo ogni volta che succede davvero.
Quando un ragazzo suona - non esegue, non performa, non impressiona - ma suona davvero, accade qualcosa che non ho visto accadere in nessun altro contesto. Non sta dimostrando niente a nessuno. Sta cercando. Sta provando a dare forma a qualcosa che ancora non ha nome, che non saprebbe spiegare a parole, e forse nemmeno vuole spiegarlo.
E quando questo accade dentro un gruppo - quando quel cercare diventa collettivo - succede qualcosa di ancora più importante: il ragazzo si accorge che per esistere ha bisogno dell’altro. Non come concetto astratto, non come valore scritto nel POF, ma come esperienza fisica, immediata, impossibile da ignorare.
“Io sono l’altro” nasce esattamente da questa consapevolezza.
Dall’idea che l’identità non si costruisce da soli, per quanto la nostra epoca faccia di tutto per convincerci del contrario.
Che non esiste un “io” senza relazione, senza confronto, senza qualcuno che ci ascolti e che noi siamo disposti ad ascoltare.
E che la musica è uno dei pochi linguaggi capaci di rendere tutto questo concreto, fisico, inevitabile - perché nella musica non puoi fare finta. Devi ascoltare davvero. Devi aspettare il momento giusto. Devi lasciare spazio, anche quando avresti mille cose da dire. Devi accettare che il tuo suono, da solo, non basta - e che questa non è una sconfitta, ma esattamente il punto.
In un tempo in cui tutto - le piattaforme, gli algoritmi, i modelli di successo che ci vengono proposti ogni giorno - spinge verso l’individualismo, verso la prestazione, verso il confronto continuo in cui qualcuno vince e qualcuno perde, la musica può diventare un atto quasi sovversivo.
Un luogo in cui non devi essere il migliore. Devi esserci. Presente, in ascolto, disponibile. E basta. Il che, a pensarci bene, è già moltissimo.
Il progetto che ho appena presentato a un bando nasce con questo intento: creare spazi reali - non virtuali, non asincroni, non “fruibili on demand” - in cui i ragazzi possano fermarsi, ascoltarsi, riconoscersi.
Attraverso la musica, ma non solo. Attraverso incontri, esperienze, storie di chi ha scelto di stare nei luoghi difficili del mondo invece di evitarli - come i medici di Medici con l’Africa CUAMM, che ogni giorno lavorano dove gli equilibri sono davvero fragili, e forse proprio per questo sanno qualcosa di importante su cosa significhi essere necessari gli uni agli altri.
Perché a volte, per ritrovarsi, serve prima cambiare prospettiva. Guardare lontano per vedere meglio quello che si ha vicino.
Non so se questo progetto vincerà il bando - i bandi hanno le loro logiche, e non sempre le più belle idee sono quelle che passano. Ma so una cosa, e su questa non ho dubbi.
Non possiamo più permetterci di pensare alla musica come a qualcosa di “in più”.
Un’aggiunta piacevole, un’opzione per chi ha tempo, un lusso da tagliare quando i bilanci si stringono.
Per molti ragazzi, oggi, la musica è uno dei pochi luoghi in cui possono ancora incontrarsi davvero - con gli altri e con sé stessi.
Uno spazio in cui non si è giudicati per quello che producono, ma accolti per quello che sono.
E forse anche per questo, in un mondo che non si ferma mai, è diventata necessaria.
Se sei un insegnante, un genitore, un educatore - o semplicemente qualcuno che si chiede dove stiano andando i ragazzi di oggi - ti lascio una domanda con cui fare i conti:
Dove possono andare, oggi, per essere senza dover dimostrare?
Se hai una risposta, scrivimi - sono curiosa di sentirla.
Se non ce l’hai, forse vale la pena cercarla insieme.
Musica Maestra!
Piccole storie vere su quello che la musica insegna alla vita.
Sono Ilaria Mazzotti, fondatrice di Accademia InArte, musicista, educatrice e progettista culturale. Da quasi trent’anni dirigo scuole di musica e orchestre di bambini e ragazzi. Ogni settimana condivido una piccola storia vera su ciò che la musica mi ha insegnato.
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