Quando l'agenda dei bambini è già piena prima ancora di aver scoperto che cosa desiderano.
«Vorremmo iscriverlo a musica. Però abbiamo libero solo il martedì, dalle 17:00 alle 18:00».
È una frase che, durante il periodo delle iscrizioni, sento ripetere sempre più spesso. Davanti a me c'è un bambino di sei o sette anni. Gli chiedo quale strumento vorrebbe suonare. Non lo sa: non ha ancora avuto occasione di provarne uno, di ascoltarne il suono da vicino, di capire che cosa lo incuriosisce. Ma sappiamo già quando dovrebbe fare lezione. Il martedì, dalle 17:00 alle 18:00.
Abbiamo trovato un posto alla musica nell'agenda prima ancora di aver trovato la musica per quel bambino.
La musica arriva dopo
Non voglio contrapporre la musica allo sport: sono entrambi linguaggi educativi straordinari. Ma c'è un meccanismo su cui vale la pena riflettere. Le attività sportive hanno orari rigidi, allenamenti prestabiliti, calendari a cui le famiglie devono adattarsi. E così si comincia da lì: prima il calcio, la pallavolo, il nuoto, la ginnastica. Poi gli altri impegni. Poi, se rimane qualcosa, la musica — non perché sia considerata meno importante, almeno nelle intenzioni, ma perché la lezione individuale sembra più facilmente spostabile, comprimibile.
Il problema non è scegliere lo sport. Il problema è non accorgersi che, lasciando alla musica solo ciò che avanza, abbiamo già deciso quanto spazio potrà avere nella vita di nostro figlio.
Quanto delle scelte che facciamo per i nostri figli è davvero una scelta, e quanto è invece il risultato di un'agenda che si riempie da sola?
Il tempo che manca ai bambini, non solo alla musica
Non è un'impressione isolata. Da anni pedagogisti e ricercatori dell'infanzia segnalano la stessa tendenza: giornate dei più piccoli scandite da impegni organizzati dagli adulti, con sempre meno spazio libero.
Gianfranco Zavalloni, maestro ed educatore, nel suo celebre Manifesto dei diritti naturali di bimbi e bimbe metteva al primo posto proprio questo: il diritto all'ozio, cioè il diritto a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti. Zavalloni parlava di un'epoca in cui, come diceva lui, non sappiamo più aspettare, vogliamo tutto e subito, in tempo reale — e questo vale per gli adulti quanto per i bambini a cui riempiamo ogni pomeriggio.
Sulla stessa linea si muove Francesco Tonucci, pedagogista e fondatore del progetto "La città dei bambini": in una recente intervista ha definito l'eccesso di impegni organizzati e la compressione degli spazi liberi come uno dei problemi centrali dell'infanzia di oggi, ricordando che la Convenzione ONU riconosce ai bambini il diritto al riposo e al gioco.
La musica ha bisogno di respirare
Imparare a suonare uno strumento non significa semplicemente frequentare una lezione settimanale: significa costruire una relazione con la musica, una relazione che ha bisogno di tempo, continuità, ascolto. A sei o sette anni un bambino non deve necessariamente sapere quale strumento desidera studiare — è compito nostro accompagnarlo nella scoperta. Ma, una volta cominciato, occorre lasciargli anche il tempo di costruire qualcosa, perché la musica non finisce quando si esce dall'aula. Continua a casa, quando il bambino riprende lo strumento, prova a ricordare una melodia, sbaglia, ricomincia. Magari per pochi minuti, magari con un genitore che ascolta.
Se l'agenda è già piena fino all'ultimo minuto, quando dovrebbe accadere tutto questo?
Se ripensi alla settimana di tuo figlio, quanto tempo resta davvero libero — non organizzato, non compitato, non supervisionato?
Non aggiungiamo un'attività. Facciamo spazio.
Non abbiamo bisogno di riempire ulteriormente le giornate dei bambini. Abbiamo bisogno di scegliere: che cosa desideriamo offrire loro, quali esperienze possano accompagnarli nella crescita, quanto tempo siamo disposti a dedicare perché quelle esperienze mettano radici. La musica può accompagnare una persona per tutta la vita, diventare un linguaggio per esprimersi, un luogo in cui ritrovarsi anche da adulti. Ma non può nascere in uno spazio residuale, stretto tra due impegni, con l'orologio sempre davanti.
Partiamo dal bambino
Quando una famiglia arriva in Accademia, vorrei che la prima domanda non fosse «quali orari avete disponibili?», ma «che cosa potrebbe piacere a mio figlio? Come possiamo aiutarlo a scoprirlo?». Da lì possiamo costruire un percorso: scegliere uno strumento, incontrare un insegnante, valutare una lezione individuale o un'esperienza collettiva. E poi, naturalmente, trovare anche un orario.
Non chiedo a nessuna famiglia di stravolgere la propria vita. Chiedo solo di provare a cambiare l'ordine delle domande. Prima il bambino. Poi la musica che può incontrare. Infine, l'agenda.
E tu, da dove parti quando organizzi la settimana di tuo figlio — da lui, o dagli spazi che restano liberi?
Perché il tempo che dedichiamo a qualcosa racconta, molto più delle parole, il valore che le attribuiamo. E se desideriamo che la musica accompagni i nostri figli per tutta la vita, dobbiamo cominciare concedendole un po' di spazio nella loro infanzia. Non quello che rimane. Quello che merita.
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Musica Maestra!
Piccole storie vere su quello che la musica insegna alla vita.
Sono Ilaria Mazzotti, fondatrice di Accademia InArte, musicista, educatrice e progettista culturale. Da quasi trent’anni dirigo scuole di musica e orchestre di bambini e ragazzi. Ogni settimana condivido una piccola storia vera su ciò che la musica mi ha insegnato.
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